2011

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… e se fosse? (Dicembre 2011)

Abbiate fede ragazzi!!! Buon Natale! Ci si vede nel 2012!

Stevolaz

 

I’VE GOT A FEELING (Novembre 2011)

Sabato sera sono andato a Bologna a vedere il concerto di Paul McCartney! Meraviglioso!
In realtà non ho nemmeno la più pallida idea di come fare a raccontare le tre ore di concerto che Paul e la sua magnifica band hanno suonato… quindi non lo farò. Però pensate che bello se aveste la fortuna di ascoltare Omero o Dante che declamano l’Iliade o La Divina Commedia. Ebbene ascoltare Paul McCartney che suona il suo ricchissimo e famosissimo canzoniere è esattamente la stessa cosa.
Quest’uomo è tra i pochissimi, non solo nella storia della musica popolare, ma anche nella storia della musica del ‘900, ad aver inventato un linguaggio musicale, ad aver contribuito a scrivere le tavole dei comandamenti del rock’n’roll. È uno dei simboli viventi di un’epoca indimenticabile, un’epoca che egli ha segnato, scritto, interpretato e raccontato da protagonista e lo ha fatto ai massimi livelli. McCartney è un’icona ed essere al suo cospetto e poter assistere ad un suo spettacolo, per chi come me è appassionato/praticante/frequentatore di rock’n’roll, è una fortuna incredibile, ma, aggiungerei, anche un dovere!
Ho sempre preferito McCartney a Lennon. È sempre stata, per me, una questione “istintiva”. D’impatto, il viso di Paul, mi è sempre stato più simpatico di quello di John. La sua voce l’ho sempre trovata non solo più melodica, ma anche più versatile di quella del suo amico. Il suo gusto nello scrivere e nell’interpretare musica, se confrontato con quello di Lennon, l’ho sempre trovato più conforme al mio.
Ho sempre pensato che, parlando del periodo Beatles, il guizzo geniale fosse di John, ma che l’impianto classico fosse a merito di Paul. Non è cosa da poco. Infatti i dischi dei 4 di Liverpool, suonavano ai loro contemporanei freschi  e nuovi, ma non strani o del tutto incomprensibili… non sono mai stati musica popolare d’avanguardia, anche se molto spesso hanno valicato i confini della musica popolare stessa. Perché se ascoltiamo un disco dei Doors o dei Byrds o, eccettuato “Pet Sounds”, uno dei Beach Boys ci sembrano più vecchi e meno belli di uno qualsiasi dei Beatles? Perché Lennon e McCartney, coordinati da George Martin come produttore, formavano un team di scrittura e arrangiamento musicale che più perfetto non si sarebbe potuto trovare. C’era tutto ciò che serve per fare del buon rock’n’roll che duri in eterno: l’imprevedibilità di John, il gusto classico di Paul e la competenza di Martin.
A McCartney, quindi, il merito di aver contribuito con la sua “classicità” a donare l’eternità alla musica dei Beatles. Non che il nostro non sapesse scrivere cose  sperimentali… basti pensare a Helter Skelter… ma l’impianto classico è quello che maggiormente, a mio avviso, contraddistingue la sua scrittura: I Saw Her Standing There, Paperback Writer, Let It Be, Hey Jude, Yesterday, Back In U.S.S.R., Get Back, I’ve Just Seen A Face, Rocky Racoon… sono solo alcuni esempi di come la tradizione del rhythm‘n’blues, del country, del rock’n’roll dei ’50, ma anche dei più classici “crooners”, abbiano influenzato il suo stile. Ancora nella sua carriera post-Beatles ha saputo colpire nel segno con grandi pezzi come Junk, Live And Let Die, Maybe I’m Amazed, ma la vena creativa è andata esaurendosi e sia il periodo Wings che le collaborazioni con nomi illustri della musica pop e rock negli anni ’80 e ’90 non hanno contribuito a fargliela ritornare… ma questo fa parte dell’ordine naturale delle cose della natura umana. Dopo i Beatles i lavori di Paul che preferisco sono il primo album solista “McCartney”, in cui ancora si respira un’aria di creatività degna dei migliori anni, l’”MTV Unplugged” del 1991 e l’album di cover di rock’n’roll classici “Run Devil Run” del 1999. Oggi Paul continua a far musica con gusto, competenza, classe e un’occhio sempre aperto alla sperimentazione… vedi il disco Electric Arguments del 2009, registrato in un solo giorno e suonando tutti gli strumenti, sotto lo pseudonimo di The Fireman.
Da Elvis-maniaco, quale io sono, avrei un desiderio e un sogno… il desiderio è che Paul regalasse al mondo i nastri, di cui sono sicuro conserva gelosa copia, della notte in cui i Beatles andarono a trovare Elvis e jammarono insieme fino all’alba! Il sogno sarebbe quello di veder realizzato un progetto che McCartney stesso, in più di un’intervista, ha dichiarato essere come la cosa che maggiormente avrebbe voluto fare in qualità di uomo di musica: produrre un album di Elvis!
Ciao,

Stevolaz

 

AMORE ESTREMO! (Ottobre 2011)

Arrivato l’autunno divento sentimentale e decido di buttarmi nell’ascolto di alcune “love songs” dai temi e dalle atmosfere tutt’altro che zuccherose! Infatti le canzoni d’amore che preferisco sono quelle un po’ “sinistre”… macchiate di rosso, fortemente contrastate… in cui la passione è portata all’estremo da una situazione che a volte non è solo difficile, ma addirittura impossibile! Qui sotto le mie preferite, ma attenzione… non si tratta di classifica, ma solo di elenco:

Mae Axton scrisse il testo della canzone dopo che lesse un articolo sul Miami Herald. Si raccontava un fatto di cronaca: un giovane si era suicidato buttandosi da un palazzo e lasciando un biglietto con sopra scritto “sto percorrendo una strada solitaria…”. La canzone venne arrangiata da un musicista country di nome Tommy Durden e, attraverso una serie di peripezie, venne proposta, in via informale, a Elvis. Presley se ne innamorò e l’arrangiò con uno stile spiccatamente blues facendola sua a tal punto che Durden dichiarò di non averla riconosciuta quando l’ascoltò per la prima volta nel 1956.
L’ambiente ricreato nel pezzo è veramente dark! Il protagonista è disperato e ha deciso di morire perché la sua donna l’ha lasciato. Non si era mai sentito un bianco che cantava certe cose. La voce di Elvis è incredibile. La sua interpretazione è completamente immersa nel personaggio. I suoi fraseggi sono caldi e  sicuri, ma imbevuti di una fragilità che non permette di avere speranza. Il singhiozzo con cui canta “… mi sento così solo che potrei morire…”, suona come un grido d’aiuto di assoluta e disperata solitudine! L’assolo, che vede dialogare Scotty Moore alla chitarra e Floyd Kramer al piano, è essenziale e inquietante, sempre in bilico tra lucidità e follia.  La parte ritmica divisa tra le percussioni di DJ Fontana e il meraviglioso incedere del contrabbasso di Bill Black apre le porte all’oscurità in cui sarà accolto il nostro eroe!

Johnson registrò questo splendido blues nel 1937. Il testo vede il protagonista accompagnare la sua amata alla stazione. Lei salirà sul treno per non tornare e lui è disperato.
Tra i graffi di una registrazione talmente antica da trascendere la sua stessa età per ammantarsi dell’alone del mito, si ascolta Robert, con la sua chitarra, così triste da commuoverci. Ma non è semplice tristezza… c’è qualcosa in più… la malasorte non solo gli causa la separazione dal suo amore, ma lo costringe anche a guardarla mentre lei si allontana… e allora la tristezza si mischia alla rabbia “… Le luci blu erano i miei pensieri tristi e le luci rosse erano la mia mente…”, ma l’amarezza è troppo grande per un… amore invano.

June Carter scrisse questa canzone quando ancora lei e Johnny Cash non erano sposati e lei stessa era insicura se accettare l’amore di Johnny o meno. In quel periodo Cash aveva una forte dipendenza dalla droga ed era ancora sposato con la sua prima moglie. June, dal canto suo, veniva da due matrimoni falliti e, seppur innamorata di Johnny, non voleva buttarsi in una relazione dalle premesse così problematiche. Ma l’amore c’era e… bruciava forte nel suo cuore!
Cash la volle incidere dopo che venne pubblicata una versione della sorella di June, Anita, che non ebbe successo. I fiati messicani, in stile “mariachi”, bruciano come le fiamme dell’inferno e la voce di Cash è profonda come può sembrare un pozzo dal quale si precipita in caduta libera. Così, quando l’amore non può essere vissuto liberamente, ci si sente avvolti in un anello di fuoco dalle fiamme sempre più incandescenti.

Bruce scrisse questa canzone nel 1971, quando ancora era poco più di nessuno. Il suo manager di allora considerò di inserirla nel secondo album del Boss, ma non se ne fece nulla. Non ho idea del perché. Io suppongo, però, che la ragione sia nel fatto che a quel tempo Springsteen era una star in fase di lancio e questo pezzo deviava un po’ troppo dal nuovo e personalissimo stile che il nostro voleva proporre. Ma la canzone è meravigliosa e venne pubblicata ufficialmente nel 1998 nella raccolta “Tracks”. Il testo è tra i più appassionati e struggenti mai sentiti e l’interpretazione del Boss è lacerante per intensità. Il protagonista è completamente identificato nell’amore per la sua donna… quasi si annulla in lei e un coro completamente maschile, duro come un macigno, ribadisce costantemente il suo stato di amore malato! Un vero e proprio pezzo soul che sarebbe piaciuto senza dubbio a Otis Redding o a qualche altro artista dei migliori anni della Stax.

Questo pezzo lo si può ascoltare nel “White Album” dei Beatles nel 1968. Venne scritto e interpretato da Paul McCartney. La canzone è una classica progressione blues in 12 battute con un testo composto da due singole frasi ripetute per tutta la durata del pezzo. McCartney racconta che venne ispirato dalla visione, in India, di due scimmie che si accoppiavano in mezzo alla strada, incuranti delle persone che passavano accanto a loro!
Paul canta, sarebbe meglio dire urla, in modo sguaiato e incontrollato una irrefrenabile pulsione sessuale. Il protagonista è disperato e sembra non vi sia traccia di sentimento romantico in lui. Però il suo modo si gridare e di implorare la sua richiesta, rende chiaro il fatto che la ricerca di appagamento fisico è completamente intrisa di assoluta passione.

Questa canzone è la prima composizione completamente strumentale del gruppo. La prima versione studio venne edita sull’album “Ildewild South” del 1970, ma quella che preferisco è la versione live che si trova sul “Live At Fillmore East”. La leggenda vuole che Dickey Betts la scrisse ispirato da una delle numerose notti passate dalla band a jammare con le chitarre acustiche nel cimitero di Rose Hill nella loro città, Macon in Georgia.
Naturalmente sono le chitarre di Dickey e Duane a danzare e ad interpretare l’innamoramento per il famtasma di Elizabeth Reed, mentre la sezione ritmica si lancia in progressioni ora country, ora latine, ora spiccatamente jazz. Una espressione amorosa che raccoglie passione, romanticismo e sesso… insomma tutti gli ingredienti che compongono l’amore in quella che si può definire, senza timore alcuno, una vera e propria opera rock.

Layla è senz’altro una delle canzoni d’amore più famose di tutti i tempi. L’amore disperato per Pattie Boyd, all’epoca moglie dell’amico George Harrison, portò l’ispirazione a Eric Clapton per scrivere questa canzone all’inizo degli anni ’70.
La frase portante di chitarra, che la leggenda vuole inventata da Duane Allman, c’introduce immediatamente in una dimensione quasi “mitologica”. L’amore per Layla è interpretato in un modo estremo… nella maggiore estensione possibile, sia in altezza che in profondità. È una trappola dolce e meravigliosa, ma incredibilmente crudele al tempo stesso. Un’atmosfera affascinante e avvolgente, espressa non tanto dalle liriche, quanto dal ricchissimo e virtuosissimo ambiente strumentale.

Era il 1956 quando James Brown realizzò questo che divenne il suo primo successo.
Il nostro eroe implora la sua donna di non lasciarlo! Continuamente le urla, con il coro a ribadire,  “per favore… per favore… non andare!!!” Il grido di supplica è così sanguigno e profondo da farci identificare con James. La sua voce racchiude le urla di qualsiasi uomo sia stato mai lasciato da una donna di cui era innamorato… la sua intensità è così completa da portare tutti a essere partecipi e ci ritroviamo, alla fine, a cantare… “… please please don’t gooooooo…”.

Otis fece uscire questa canzone nel 1965, nel suo magnifico album “Blue”.
Un uomo è in ginocchio davanti alla sua donna che forse ha detto di volerlo lasciare, perché, nella loro storia, la consuetudine ha preso il posto della passione. Ma lui la prega, la supplica, l’implora di cambiare idea perché… “… ti ho amata per troppo tempo e non voglio smettere adesso…”.
Il dolce arpeggio della chitarra suona come lacrime che scendono dagli occhi, i potenti interventi dei fiati disegnano l’inesorabile destino….. ora lei si allontana e l’uomo si accascia su sé stesso…
Una delle canzoni soul più belle di tutti i tempi.

“… dammi da bere un poco della tua tazza d’amore, mi basta un bicchiere per cadere ubriaco…”… Il pezzo è uno dei miei preferiti in uno degli album migliori degli Stones, “Exile On Main Street” del 1972. Il protagonista è determinato nel voler conquistare il cuore della ragazza… lui può essere qualsiasi persona, qualsiasi cosa… può apparire in mille modi e forme diverse… al solo fine di  compiacerla! È completamente nelle sue mani e non c’è niente che possa fare per sfuggire a questo stato… Jagger è straziante nel suo canto e gli Stones tutti sono un’unica entità che  lo sostiene  in una meravigliosa atmosfera di ubriaca passione!

Buon ascolto!

Stevolaz

Young Man With The Big Beat (Settembre 2011)

Il 1956 fu un anno cruciale per la storia del rock! Infatti venne siglato un accordo tra la piccola etichetta Sun Records e il colosso RCA, che sanciva il passaggio del contratto, dell’allora ventunenne Elvis Presley, dall’indipendente casa discografica di Memphis al più grosso gigante dell’industria musicale americana.
Un piccolo passo indietro. Elvis era stato una scoperta di Sam Philips, proprietario, manager, tecnico, produttore, distributore e tuttofare della sua piccola etichetta discografica, la Sun. Dal 1954 Philips aveva tenuto gelosamente con sé Elvis che, fin da subito, si era rivelato una vera e propria miniera d’oro, sia dal punto di vista artistico/musicale che da quello puramente economico. Dopo due anni, però, la Sun, il cui titolare era bravissimo nel riconoscere talenti e nel lanciarli, ma non lo era altrettanto nell’amministrare gli affari veri e propri, non riusciva più a gestire Elvis, la cui stella in ascesa necessitava di grandi investimenti economici. Si decise, quindi, di vendere il contratto del ragazzo di Tupelo al miglior offerente… si fece avanti la RCA grazie al Colonnello Parker che, di recente diventato il nuovo manager di Elvis, trattò per 30.000 dollari. L’affare si fece e Presley passò alla casa discografica di New York e vi rimase per il resto della sua vita.
Quei 30.000 dollari furono l’investimento migliore nella storia della musica, ma all’epoca la transazione venne valutata diversamente. Infatti la musica di Elvis era considerata ancora una cosa piuttosto strana e dal futuro indefinibile… qualcuno pensava che fosse un azzardo investire su di lui, perché si pensava che il ragazzo sarebbe durato poco… certo andava bene per suonare alle fiere country del Louisiana Hayride e i suoi dischi, infarciti di blues e allusioni sessuali, potevano essere trasmessi senza troppe difficoltà dalle radio di provincia giù al Sud… ma, a livello nazionale, il fatto che i soldi investiti su Elvis potessero essere un affare, era tutto da dimostrare. Dopo poche settimane dalla firma dell’accordo, Presley fece la sua prima apparizione televisiva e la RCA pubblicò il suo primo 45 giri con Elvis: Heartbreak Hotel vendette un milione di copie ancora prima di arrivare nei negozi, solo con le prenotazioni! Una cosa incredibile! Da allora nessuno alla RCA e nel mondo dell’industria discografica nutrì più dubbi sulla natura dell’affare, Sam Philips si mangiò le mani per non aver chiesto una maggiore quantità di denaro e, cosa più importante, il mondo non fu più lo stesso! Durante tutto il 1956 Elvis diventò la star più grande che la musica avesse mai conosciuto e un fenomeno socio culturale di proporzioni incalcolabili.
Per capire l’importanza di questo avvenimento, bisogna calarsi nel clima dell’epoca… La società americana,  a partire dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’50, aveva uno stampo assolutamente conservatore. La famiglia era il perno della società e la religione, la fede alla patria e l’essere sempre “per bene” erano i solidi principi a cui la gente faceva riferimento. Dopo due decenni che avevano visto la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, si respirava la volontà di riaffermare uno stato di benessere e di ricchezza diffusa, in una società che andava disegnandosi sempre più borghese. L’intrattenimento ero lo specchio di questo mondo e, se il cinema andava raccontando, per la maggior parte delle volte, storie edificanti, con eroi e protagonisti dall’animo retto e tutti d’un pezzo e che si muovevano in ambienti della buona società, anche la musica si esprimeva con modi rassicuranti e disciplinati e con appropriati interpreti: le Big Bands prima, Frank Sinatra e tutti i cantanti confidenziali che negli anni ’40 erano sembrati trasgressivi con il loro swing e, infine, i vari Doris Day, Rosemary Clooney o Perry Como. Mentre il rock’n’roll e i suoi pionieri erano conosciuti ancora a livello poco più che regionale, le grandi emittenti radiofoniche e televisive facevano riferimento ai nomi appena citati e a pochi altri che, però, erano allineati sullo stesso stile.
La prima apparizione di Elvis allo show dei fratelli Dorsey, una fredda sera del 1956, alla televisione nazionale, sovvertì questo stato di cose, creando una baraonda tale che spiazzò completamente il mondo! In quell’universo appena descritto piombò questo ragazzo di Memphis che rompeva le corde della chitarra, per tanto che era sgraziato nel suonarla… che portava i capelli lunghi e con le basette da camionista… che sporcava il canto con urla e singhiozzi… che aveva movenze lascive e atteggiamenti oltraggiosi, oltre che sessualmente espliciti! Alle innumerevoli domande e critiche che gli venivano portate, il ragazzo rispondeva serenamente e tranquillamente che quello era il suo modo di sentire la musica! Niente altro!
Ebbene quel modo di sentire la musica avrebbe influenzato generazioni intere di giovani! Tutti avrebbero voluto essere Elvis e, seppur in modo indiretto, ancora oggi è così. Attraverso la diffusione del rock’n’roll di cui Presley fu la figura principale, i giovani decisero di infrangere le rigide barriere comportamentali imposte dai loro padri… cominciarono a pensare con la loro testa… iniziarono una ricerca di libertà che significava volontà di affermare la propria individualità… si cominciarono ad infrangere seriamente le barriere raziali… e tutto grazie, ci si creda o no, ad un ragazzotto di campagna a cui piaceva il blues, che metteva un ritmo forsennato nelle sue canzoni  e che non riusciva a stare fermo mentre le cantava!
Per celebrare il 55° anniversario di quello storico anno, appunto il 1956, la Sony, depositaria del marchio RCA, ha deciso di far uscire un cofanetto di 5 cd intitolato “Young Man With The Big Beat”. Nel box viene riproposto tutto il materiale prodotto in studio da Elvis nel 1956 con varie “outtakes”, più  rare registrazioni live, sempre del 1956, di inestimabile valore storico! Insomma è un prodotto da non perdere assolutamente per tre tipi di consumatori musicali: i vecchi innamorati e fanatici di rock’n’roll e di Elvis come me, che godono ogni volta che riascoltano Heartbreak Hotel… gli appassionati e gli amanti della musica rock in generale, che riscopriranno le proprie radici e ricorderanno da dove tutto è nato e da dove hanno tratto ispirazione (e spesso anche qualcosa di più) i loro idoli musicali… i più giovani o i neofiti del rock, che avranno modo di capire che devono essere ridimensionati i valori di tutte, nessuna esclusa, le star musicali dell’epoca moderna. Nessuno di questi ragazzotti, e ripeto, NESSUNO può dire di essersi nemmeno lontanamente avvicinato a ciò che Elvis ha rappresentato e continua a rappresentare.
Per Bob Dylan ascoltare Elvis la prima volta è stato come “… uscire di prigione!”… per John Lennon “… prima di Elvis non c’era nulla… senza Elvis non sarebbero esistiti i Beatles”, per Keith Richards “… prima era tutto in bianco e nero… arrivò Elvis e trasformò il mondo in technicolor”, per Bruce Springsteen “… ci sono stati molti pretendenti e molti ragazzi in gamba, ma c’è stato un solo Re… Elvis è la mia religione!”.
Se questi tizi, che hanno scritto e decodificato il rock nelle forme moderne, che sono universalmente riconosciuti come i massimi esponenti del rock classico, coloro i quali vengono costantemente presi ad esempio dai giovani che, al giorno d’oggi, si affacciano sulla scena musicale professionistica e dilettantistica, hanno detto queste cose, io mi chiedo… tu che non possiedi nemmeno un disco di Elvis, che hai un’idea di lui e della sua arte fatta di preconcetti approssimativi, o che non conosci nulla di suo che non sia qualcosa sentita in uno spot pubblicitario o che ti sia arrivato da una stupida e dozzinale parodia vista in qualche scadente spettacolo televisivo, non ti senti un po’ stupido??? Comprati un po’ di musica di Elvis e impara qualcosa! Puoi cominciare da questo cofanetto!
Io me lo compro! Lo consiglio a tutti!
Buon ascolto!

Stevolaz

 

 

Un tuffo nel Soul! (Agosto 2011)

"Mollate se volete, ma ricordatevi una cosa: mollare ora significa fuggire dal vostro talento, dalla vostra arte, dalla vostra vocazione e lasciare alle generazioni che verranno il vuoto di una musica tecno rimanipolata al computer, ritmi ormai sintetizzati, canzoni che inneggiano alla violenza e gangsta-rap, pop, spazzatura sdolcinata, slavata e smancerosa. Mollate pure se volete, ma se adesso decidete di fare così spegnerete per sempre le già deboli fiammelle del Blues, dell'R&B, del Soul e quando quelle fiammelle saranno ormai estinte, sarà la luce stessa del mondo ad estinguersi, perché la musica che ha commosso l'umanità per 7 decenni fino al nuovo millennio sarà morta e sepolta perché gente come voi l'ha abbandonata e trascurata"
                                                                                                              

Elwood Blues, da “Blues Brothers 2000”

 

Durante le mie ferie, ho riletto un libro che avevo comprato tanti anni or sono. Quando l’acquistai e lo lessi per la prima volta, non avevo ancora compiuto i vent’anni. Quella è un’età dove credi di avere la sensibilità di un adulto, ma in realtà sei ancora un ragazzino troppo cresciuto. Ebbene… lessi il libro e mi piacque parecchio, ma, mi accorgo oggi, il mio animo immaturo non mi permise di comprenderlo e apprezzarlo per quello che era il suo effettivo valore. Il libro in questione è “Sweet Soul Music” di Peter Guralnick ed è una lettura che consiglio a tutti gli appassionati di rock e dintorni perché è semplicemente meraviglioso!
Quando lo lessi la prima volta rimasi affascinato soprattutto dall’alone del mito che lo avvolgeva. Ero interessato e rapito soprattutto dalle storie di Otis Redding, Ray Charles, Sam Cooke, James Brown, Areetha Franklyn… ero felice di apprendere qualcosa sulla biografia di alcuni dei miei eroi musicali. L’essenza e il significato del libro, però, è di tutt’altro spessore e, oggi, con una rilettura più attenta e consapevole, mi rendo conto di che gran gioiello sia. Un’opera da inserire nella “discografia” di qualunque appassionato di rock, anche se un libro non lo si può suonare su alcun lettore cd!
Le trecento pagine in questione narrano la storia della musica Soul del sud degli States. Ascesa e caduta in un’arco temporale che parte dal finire degli anni ’50 fino ad arrivare alla metà dei ’70. La regione è quella dove la musica popolare americana sembra essere stata toccata da Dio… ci si muove da Memphis, Tennessee a Muscle Shoals, Alabama, fino a Macon, Georgia.  In netta contrapposizione con il sound impostato e rigido della nordica “Motown”, il “southern soul” era direttamente ispirato dall’istinto e dal sentimento. Era una chiara espressione di consapevolezza di una cultura, quella nera, che si liberava dalle catene e voleva affermare e rivendicare la sua identità. Un cammino musicale che andò a braccetto con un cammino sociale e politico… quello della lotta per i diritti civili culminante con l’omicidio di Martin Luther King a Memphis. Attraverso le storie dei suoi e dei nostri eroi musicali, Guralnick ci permette di viaggiare attraverso l’odissea di un popolo che voleva esser trattato con dignità, che cominciava a sentirsi forte e sentiva l’intenso desiderio di abbandonare le sue umili condizioni, aveva ambizioni borghesi e di scalata sociale e riuscì a riscattare se stesso, affermando con forza la propria identità.
Tra le pagine sembra di sentire la meravigliosa colonna sonora… The Change Is Gonna Come, Respect!, The Dark End Of The Street, Sweet Inspiration, I Wish I Knew (How It Would Feel To Be Free), What’d I Say, Papa's Got A Brand New Bag, (Sittin' On) The Dock Of The Bay, In The Midnight Hour, Knock On Wood, Hold On I'm Comin', Green Onions, Everybody Needs Somebody To Love, Bring It On Home To Me, Mustang Sally, ecc… Al pari delle star, gli altri eroi della storia sono gli uomini che stavano dietro le quinte… produttori, autori e musicisti: Chips Moman, Dan Penn, Rick Hall, Spooner Oldham, Steve Cropper, Duck Dunn, Estelle Axton, ecc… protagonisti tutti di ascese e ricadute, di trionfi e di fallimenti… uomini e donne che hanno giocato un ruolo fondamentale, in modo passionale e inconsapevole (… e proprio per questo, come nota lo stesso Guralnick, irripetibile), in un’epoca che ha segnato per sempre non solo la musica nera, ma il rock tutto!
Nella lettura del libro si riesce, insieme all’autore, ad abbandonare ogni pregiudizio che spesso si accompagna al concetto stesso di musica soul. Alla fine si realizza un’ottica completa, abbandonando etichette e distinzioni. Come disse all’autore il famoso produttore Jerry Wexler, la musica soul non è stato altro che un passaggio storico… un necessario divenire musicale… non una semplice epoca d’oro con un’inizio e una fine. Così come il Blues o il Rockabilly, la stagione della musica Soul era un passo necessario per l’evoluzione della musica popolare americana.
È in quest’ottica, in cui la considero parte integrante del Rock’n’Roll, che oggi riascolto e apprezzo maggiormente i classici della Soul Music, che non può lasciarmi indifferente perchè, per definizione stessa, è musica che affonda le sue radici nel profondo dell’animo umano.
Buon ascolto!
Stevolaz

100 YEARS OLD! (Luglio 2011)

Una volta un amico mi disse che secondo lui, nel mondo musicale, sono esistite delle figure basilari. Questi musicisti hanno stabilito i comandamenti per suonare il nostro genere: il rock’n’roll. Egli disse: “… vedi Stevolaz… alcuni musicisti hanno detto: da oggi è così! … e tutti gli altri vi si sono adeguati…”. Secondo il mio amico, e anche a parer mio, queste figure sono state Robert Johnson, Elvis Presley e i Beatles.
Nell’anno del centenario della sua nascita, mi piace ricordare, ancora una volta, Robert Johnson (chi non lo conoscesse vada a leggere, qui sul nostro sito, il “pensiero” di Luglio 2010). Lo voglio fare attraverso alcuni omaggi, in forma di cover, che alcuni grandi della musica rock gli hanno reso, quasi sempre nella totale inconsapevolezza del pubblico che non aveva la minima idea da dove provenissero queste canzoni. Dieci canzoni che, se avrete la pazienza di ascoltare, vi faranno esclamare: “… cazzo! L’amico di Stevolaz aveva ragione!!!”.
Tengo a precisare che non ho la pretesa di dire che queste sono le 10 migliori cover di Johnson che siano mai state fatte… non ho nemmeno la pretesa di conoscere tutte le cover esistenti da Johnson… queste sono le MIE 10 cover da Robert Johnson e, poiché penso che la musica, quando è condivisa, sia bella il doppio, ve le regalo!

http://www.youtube.com/watch?v=Tlou_2lMLAc&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=ao9Rbr7uybQ

http://www.youtube.com/watch?v=YdwVVI4B3oY

http://www.youtube.com/watch?v=MquKxlcoJZw
http://www.youtube.com/watch?v=Jv4zu2ngr5s&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=GtEAp-Rybl0

http://www.youtube.com/watch?v=aKo80b-QfK0

http://www.youtube.com/watch?v=xi3w9eduwXI

http://www.youtube.com/watch?v=NnDpW5vpbDY

http://www.youtube.com/watch?v=kRENNux7Q_Q

http://www.youtube.com/watch?v=RVpP6d5sjEY

http://www.youtube.com/watch?v=3MCHI23FTP8

Buon ascolto!


Stevolaz

 

 

Buona Musica (Giugno2011)

In questo mese, che vede la primavera lasciare il posto all’estate, voglio segnalare cinque album usciti da pochissimo e che possono tenerci compagnia nelle calde serate dei prossimi mesi!

Il primo disco è questo album live di Neil Young. Si tratta del documento che testimonia il tour dell’artista a cavallo tra il 1984 e il 1985. Per Young quello è stato un periodo turbolento sia dal punto di vista artistico che privato e il nostro si rifugiò letteralmente nella musica country. Gli amanti di “Harvest”, e del country-rock in generale, non potranno non amare questo disco, la cui compilazione comprende pezzi che sono diventati classici nella carriera di Neil Young… da “Are You Ready For The Country” a “Going Back To The Country”, da “Flying On The Ground Is Wrong” (del periodo “Buffalo Springfield”) a “Southern Pacific”, oltre a 5 pezzi inediti che testimoniano ancora una volta l’importanza che il country ha avuto nella scrittura di Neil Young.

Non è un segreto che io sia un grande ammiratore della musica di The Band… ecco perchè ho immediatamente acquistato questo disco del loro grande batterista/cantante. Se Robbie Robertson era lo scrittore raffinato delle canzoni del gruppo, Levon Helm era certamente il depositario del sound e del groove della band. Ancora oggi il leone ruggisce e lo fa in uno dei teatri più importanti nella storia della musica dal secondo dopoguerra ad oggi: il Ryman Auditorium di Nashville.
Ogni singola nota trasuda amore per la tradizione musicale americana… folk, country, rock, blues… tutto il Dixieland è dentro questo disco e la voce di Helm è profonda e ruvida come la ruga di un cowboy che ha viaggiato tutta la vita e ha un sacco di cose da raccontare.

Quando un grande nome della musica rock, sulla scena da più di trent’anni, pubblica un nuovo lavoro, spesso gli si accreditano meriti che vanno ben al di là dell’effettivo valore del lavoro stesso… questo perché il blasone, istintivamente, fa chiudere gli occhi sulla mancanza d’ispirazione che, solitamente ed inesorabilmente, fa capolino nella scrittura o nella performance dell’artista di una certa età. Con questo disco, Joe Ely dimostra di aver passato la fase buia e ripetitiva dei suoi ultimi lavori e ci regala un disco che ha la freschezza di un giovane musicista country/rock ansioso di far vedere il suo valore. Il texano è veramente in grande spolvero e ci regala un gioiello di musica americana.

Finalmente Susan Tedeschi e Derek Trucks hanno deciso di unirsi, oltre che sentimentalmente, anche musicalmente e il risultato è, a mio parere, meraviglioso. Una super band di undici elementi con due batterie e una maglifica sezione di fiati, suona del rock/blues dal sapore che più classico non si potrebbe  e con un gusto e una maestria veramente rare. Echi della Allman Brothers Band, di Derek And The Dominoes, di Delany & Bonnie sono molto evidenti in questo lavoro che trasuda nostalgia del rock nato e vissuto nel Sud degli States. Musica di grande qualità e un Derek Trucks che dimostra, una volta per tutte, di essere l’unico erede musicale di Duane Allman e uno dei chitarristi viventi migliori al mondo.

Devo ancora ascoltarlo… l’ho ordinato su internet e ne aspetto la consegna per i primi di Luglio… purtroppo Grayson Capps non è una superstar e non gode di una distribuzione internazionale massiva dei suoi album. Ho sentito qualche anticipazione dal suo sito www.graysoncapps.com, dal quale è chiaro che Grayson, ancora una volta, mantiene fede al suo valore. Io possiedo tutti i lavori di questo meraviglioso musicista americano che scrive, suona e canta come un artista d’altri tempi. Procuratevelo! C’è da fidarsi!
Buon ascolto!

Stevolaz

 

World Boogie Forever (Maggio 2011)

Che cosa è il “World Boogie”?
Il “World Boogie” è un’ apoteosi di suoni, una visione della musica caledoscopica che prevede il contributo di una multiforme varietà di culture e tradizioni. Tutto deve unirsi e fondersi in un enorme caos di tradizione, dal quale nasce un’armoniosissima forma musicale ben radicata nel presente e, al contempo, proiettata verso il futuro! … non è un concetto splendido? Io credo proprio di sì!
Colui che ha concepito una simile visione della musica si chiamava Jim Dickinson.
James Luther Dickinson nacque nel 1941 a Little Rock, ma crebbe, maturò e, infine, morì nel 2009 a Memphis, Tennessee. A mio modo di vedere Jim Dickinson è stato l’ultimo grande rappresentante di un’era… l’erede legittimo di una stirpe d’uomini, appassionata di musica, di cui ormai s’è persa traccia.
Cominciò come musicista, suonando la chitarra e cantando con uno dei suoi primi gruppi, The Jesters, nell’ultimo lavoro, datato 1966, prodotto dalla mitica Sun Records. Poi continuò, come turnista e accompagnatore ufficiale per la Atlantic Records, al fianco di grandi artisti come Aretha Franklin e Little Richard…  infine tornò a Memphis e nel 1972 pubblicò il suo primo album da solista intitolato “Dixie Fried”.
Da quel punto in avanti continuò la carriera di musicista, suonando con Ry Cooder, gli Stones, Dylan, ma alternandola, con sempre maggior impegno, a quella di produttore. Fondò un’etichetta e decise di produrre artisti indipendenti… artisti che avessero ben chiaro da dove provenivano musicalmente, ma che sapessero, altrettanto bene, dove volessero andare. Siamo a Memphis, ragazzi, sulle rive del Mississippi… dove il delta blues incontra la musica country… dove il soul si fonde al gospel… dove, parecchi anni prima, un giovane ragazzo, all’epoca nemmeno vent’enne, prese la musica nera e la mise a braccetto con quella bianca, inventando il rock’n’roll! La gente che cresce e vive in un simile posto è consapevole che le forme musicali sono universali… tutte uguali e diverse al tempo stesso… tutte belle… e hanno bisogno l’una dell’altra per diventare meravigliose! Lo sapevano produttori che hanno fatto la storia musicale di Memphis e del rock come Sam Philips e Chips Moman… e lo sapeva anche colui che, idealmente, a mio modo di vedere, portò avanti questa visione a 360 gradi di musica americana: Jim Dickinson.
Dickinson non ottenne mai i risultati “storici” di altri suoi colleghi o di quelli che, idealmente, possono essere considerati i suoi mentori (Philips e Moman appunto…)… ma l’impatto culturale della sua figura, nell’ambito storico musicale, è enorme. Egli capì una cosa fondamentale… l’importanza di quello che si è prodotto e lasciato, prima che di ciò che si è stato. La sua visione musicale, influenzando una generazione importantissima di artisti (dagli Stones di “Sticky Fingers” ed “Exhile on Main Street” a Dylan, da Ry Cooder a John Hiatt, ecc…), ha lasciato il segno e, questo, è la massima aspirazione che deve avere  un artista vero. Non è importante quanto sei famoso o quanti record puoi infrangere se, quando muori, non lasci nulla che ricordi il tuo passaggio.
Oggi i suoi figli, Luther e Cody, portano magnificamente avanti l’idea musicale del padre e sono, con la loro band chiamata North Mississippi Allstars, una delle realtà migliori della scena musicale odierna. Chi non li conoscesse ancora DEVE comprare il loro ultimo lavoro, intitolato “Keys To The Kingdom” e pubblicato recentissimamente. Un disco meraviglioso che trasuda tutta la cultura musicale del profondo Sud degli States e che, come recita la nota di copertina, non è prodotto DA Jim Dickinson, ma PER Jim Dickinson. Musica americana al 100%! Profondamente radicata alla tradizione, ma, al contempo, consapevolmente proiettata verso il futuro. Gospel, soul, country, blues, hillibilly, bluegrass, rock’n’roll, il Delta del Mississippi, i campi di cotone, il pane di granturco… tutto insieme in un caos armonioso e meraviglioso!
“World Boogie Is Coming!”
Ciao,

Stevolaz

 

L’ultimo Buscadero (Aprile 2011)

Il 1972 è stato l’anno che ha visto Steve McQueen girare due film molto belli insieme al regista Sam Peckimpah. Il primo, intitolato “Getaway” ebbe un successo clamoroso, il secondo, con il titolo “L’ultimo Buscadero” (in originale “Junior Bonner”, ma, una volta tanto, il titolo italiano è migliore), con un taglio molto meno pop rispetto al primo, passò in secondo piano, poi, con il trascorrere del tempo, è diventato un cult.
La vicenda vede Junior Bonner, un cowboy da rodeo ormai a fine carriera, che torna nella sua città natale per cercare di domare un toro con cui ha un conto aperto e, nel contempo, ritrova la sua famiglia divisa tra un padre sognatore, un fratello diventato “business man” e una madre incapace di mediare. Junior dovrà scegliere se continuare a vivere una vita da cowboy errante o farsi imborghesire dagli affari del fratello. Junior è una figura bellissima e nessun altro, meglio di McQueen, poteva dargli vita. Egli è come un mandriano del vecchio West, ma quell’epoca è finita da parecchio tempo e quel tipo d’uomo mal si adatta ai ritmi e alla mancanza di valori del mondo “civilizzato”. La sua filosofia di vita è semplice ed elementare e, proprio per questo, così romantica e commovente. Avere dei principi e attenervisi… pagando qualsiasi prezzo. Se si vince, bene… ci sarà di che esser soddisfatti… se si perde, ci si dovrà curare le ferite da soli! Junior non può scendere a compromessi… il suo problema è “il ventesimo secolo”, ma la convinzione nel suo credo è saldissima... in fondo “… qualcuno dovrà pur tener fermi i cavalli!!!”.
Prima dell’era di internet, della diffusione di formati audio compressi, dell’avvento del digitale nella musica, con tutto quello che ha comportato a livello sia produttivo che commerciale, erano molto pochi i canali a cui l’appassionato di classic rock, blues e country poteva rivolgersi. Ci si affidava al negozio all’angolo o a pubblicazioni giornalistiche.
Avrò avuto 13 o 14 anni… per cui 24 o 25 anni or sono (mamma mia!!!), quando, sbirciando nell’edicola sotto casa, feci una scoperta che segnò la mia vita di giovane appassionato di musica americana. Tra le riviste specializzate ne scovai una con un titolo che trovavo veramente accattivante: “BUSCADERO”. Ovviamente avevo già visto il film e, essendo fan accanito del suo attore protagonista, mi venne subito alla mente Steve McQueen! Non potevo non comprarlo! Da allora, forse per la prima volta, capii che non ero solo. Non ero l’unica persona in Italia  che adorava Elvis Presley e che amava la musica con certe caratteristiche… il rock, certo, ma anche il country e tanto, tanto blues!
Buttarmi nella lettura del “Busca”, pagina dopo pagina, numero dopo numero, divenne, negli anni a venire, un piacere e una necessità irrinunciabili. Come avere una porta aperta direttamente in quel paradiso musical/mitologico che per me è sempre stato il rock’n’roll. Grazie a questa lettura ho appreso gran parte delle cose che conosco di storia del rock… i retroscena della lavorazione di dischi storici, le leggende di certe star diventate ormai pura mitologia. Il “Busca” mi ha dato la possibilità di conoscere artisti che altrimenti non mi sarebbero mai arrivati e, di conseguenza, di conoscere al meglio delle mie possibilità gli stili e le caratteristiche della musica che ho sempre amato. Insomma… è stato una guida educativa per il mio gusto musicale.
Negli ultimi anni mi ero un po’ allontanato dalla sua lettura, distratto da internet e impigrito dalla comodità che questo incredibile strumento offre… però, il mese scorso, passando vicino ad un’edicola mentre andavo al lavoro, ne ho vista una copia in esposizione. Mamma mia che emozione!!! Mi sono riaffiorati alla memoria tutti i ricordi di quando il Buscadero era la mia unica fonte di notizie e recensioni musicali… un brivido mi ha preso la schiena e mi sono sentito uno schifoso traditore!
In copertina c’era un giovanissimo Eric Clapton con gli altri ragazzi di “Derek And The Dominoes” in una foto dell’epoca della lavorazione di “Layla”. All’interno un ripercorrere la storia di questo disco meraviglioso per celebrare la “special edition” uscita da poco nei negozi. Sfogliando il giornale ho potuto constatare quanto il Buscadero non fosse cambiato negli anni… la stessa passione, la stessa forza, la stessa competenza di chi ama qualcosa e ha piacere a parlarne, a raccontarne senza timori o condizionamenti… con onestà! A dispetto dei tempi che cambiano, a dispetto di un mondo sempre più complicato e condizionato da interessi economici troppo invadenti, il Busca è sempre uguale a se stesso! Proprio come Junior Bonner, ostinato a voler cavalcare un toro che lo sbatte sempre a terra, perché è sicuro di potercela fare solo con le sue forze.
Io ho ricominciato a comprare il Busca ogni mese e non smetterò più! Questo mese c’è una bellissima intervista a Robbie Robertson. Mi piace leggere ed interessarmi di musica in un certo modo, un modo meno veloce, questo è certo, ma molto più appassionato e romantico! Probabilmente sono un uomo poco in linea col mio tempo… in effetti credo che il mio problema sia “il ventunesimo secolo”, ma la convinzione nel mio credo è saldissima... in fondo “… qualcuno dovrà pur tener fermi i cavalli!!!”.
Ciao,

Stevolaz

 

W IL GRINTA (Marzo 2011)


“… Rooster è un ubriacone… un famigerato figlio di puttana!!! Proprio come me!”
Così John Wayne definì il personaggio che nel 1969 gli regalò l’Oscar come miglior attore protagonista dell’anno. Il film era “Il Grinta” e raccontava la storia di una ragazzina che, determinata a vendicare l’omicidio del padre, ingaggiava uno sceriffo federale, spietato e senza scrupoli, per scovare ed uccidere il colpevole. Tra lo sceriffo, un guercio rozzo e dai modi sbrigativi, e la ragazzina, determinata e dal carattere molto forte, s’instaurava un rapporto d’amicizia bello e commovente e che, in fondo, era il vero motore del film. Il carattere di Rooster Cogburn era stato cucito su misura per John Wayne e l’attore non si fece scappare l’occasione di tratteggiare uno dei suoi personaggi più memorabili in un’interpretazione perfetta.
Pochi giorni or sono ho visto al cinema il remake di quel bellissimo film. Al posto di “Duke” c’è il grande Jeff Bridges e al timone autoriale della pellicola ci sono quei due grandissimi autori dei fratelli Cohen che ammiro fin dai tempi di “Crocevia Per La Morte”. Trovo che questo nuovo “Il Grinta” sia un film molto bello e, anche se non aggiunge nulla alla versione originale, mi ha divertito ed emozionato, ragion per cui invito tutti quanti a vederlo.
Per pura casualità, nei giorni in cui andavo al cinema a vedere il film suddetto, mi sono ritrovato in casa ad ascoltare un cd che ha ormai 5 o 6 anni. Si tratta del bellissimo “Me And Mr. Johnson” di Eric Clapton. Infatti qualche anno fa “Slowhand” decise di fare un disco di cover delle canzoni del suo idolo musicale Robert Johnson.
Riascoltare questo lavoro mi regala sempre una gioia immensa! Un po’ perché l’ascoltare Clapton è un piacere di per sé… in più se decide di far suo un repertorio così bello come quello di Robert Johnson, l’ascoltatore può godere di una musica straordinaria.
Da sempre sono un grandissimo sostenitore del valore interpretativo nella musica. Senza nulla togliere agli autori e alla loro eventuale capacità interpretativa, talvolta ineguagliabile, ho sempre pensato, e sostenuto in più occasioni, che una buona interpretazione può avere un valore superiore della canzone stessa, tanto che una canzone brutta, se ben interpretata, può diventare bellissima! In vita mia ho giudicato “belle” delle canzoni di Bob Dylan solo dopo che le avevo sentite interpretate da altri artisti… il valore di molti pezzi di Elvis può essere considerato relativo se non fosse il Re a cantare… solo i Rolling Stones possono interpretare a dovere “Sympathy For The Devil”, gli altri possono cantarla e suonarla bene e basta!
Trovo lodevole l’operazione che i fratelli Cohen hanno fatto con “Il Grinta”. Esattamente come un grande musicista che interpreta una grande canzone… proprio ciò che Clapton ha fatto con Robert Johnson. Quando i grandi artisti incontrano grande materiale in cui esercitare il loro talento ed abilità è giusto che lo facciano. In un certo senso lo trovo doveroso! Mi spiego meglio: la musica di Robert Johnson è un patrimonio dell’umanità e quando un’istituzione come Clapton decide di rifare le sue canzoni, lo fa riscoprire al mondo… in buona sostanza dice a tutti: “… questa è buona musica, ascoltatela e riscopritela!”. Lo stesso hanno fatto i Cohen… ci hanno detto che quel genere di film è arte bellissima e va riscoperta e conservata. Ben vengano i remake, sia nel cinema che nella musica! È bene che gli artisti contemporanei facciano musica nuova, perché le vere sfide sono nelle novità, ma è bene anche se, ogni tanto, qualcuno, si ricorda di quanto sia importante conservare e non dimenticare il passato. Ciao a tutti!

Stevolaz.

The Band (Febbraio 2011)

Ho voglia di parlare di un gruppo che, nonostante l’immensa importanza storica guadagnatasi sul campo, rimane troppo poco conosciuto ai più: The Band.
Rag, honky-tonk, dixieland, blues, folk, country, rockabilly… nessuno più di The Band è riuscito a miscelare questi ingredienti in uno stile così unico da diventare un modello per le generazioni di musicisti che li seguirono.
Tutti sanno che il gruppo vide arrivare la fama grazie a Bob Dylan che, prendendo la decisione di abbandonare il folk per dedicarsi al rock elettrico, li scelse come gruppo di supporto per accompagnarlo in tour all’inizio della seconda metà degli anni ’60. Quello che è sconosciuto ai più è che The Band aveva già, a quel punto, quasi dieci anni di esperienza di palco “on the road” e che, probabilmente, furono, musicalmente parlando, tanto importanti per Dylan, almeno quanto lui lo fu per loro.
Levon Helm era il batterista/cantante che si portava dietro una passione per la tradizione del Sud degli States che trascendeva il significato stesso della parola. Da ragazzo aveva visto esibirsi Elvis al Louisiana Hayride, Sonny Boy Williamson, BB King e Bill Monroe, aveva frequentato gli spettacoli di strada erranti che vedevano esibirsi non solo musicisti d’ogni genere, ma anche spogliarelliste, maghi e imbonitori d’ogni tipo… con questo genere di ricordi ispirava il chitarrista Robbie Robertson e gli faceva scrivere le fiabe e le storie narrate nelle loro canzoni. C’erano poi il bassista e altra voce solista, Rick Danko, formatosi grazie alle stazioni radio di Nashville e i tastieristi Garth Hudson, già bambino prodigio e diplomato al conservatorio, e Richard Manuel, che aveva due sole passioni: l’alcool e la musica di Ray Charles.  Musicisti veri, formatasi, come ho detto, “on the road”, suonando sera dopo sera nelle bettole di periferia, sia nel sud degli States, sia nel meno concorrenziale Canada, erano anche preparatissimi musicalmente grazie a Garth Hudson che impartì lezioni di musica a tutti i compagni di gruppo, perché sosteneva che, per suonare bene Chuck Berry, bisogna conoscere anche Bach!
Ciò che nacque dalla loro unione fu una musica unica e storicamente importantissima. L’anima del sound era costituita da basso e batteria di Danko e Helm, perfettamente affiatati e che suonavano ritmiche potenti e mai banali… a loro sostegno l’organo di Hudson che, dall’alto della sua dottrina classica, proponeva sperimentazioni e contaminazioni tra passato e presente. Poi c’erano la chitarra di Robertson, elegante e virtuosa, ma mai spocchiosa o prorompente, e le tastiere di Manuel, sempre alla ricerca di frasi armoniche originali. Su tutti le voci gaglioffe di Helm e di Danko quasi sempre controcantate dai falsetti delicati di Manuel.
A me piacciono soprattutto i primi due album che considero dei capolavori, Music From The Big Pink e The Band. Canzoni come The Weight, Caledonia Mission, This Wheel's On Fire, Up On Creeple Creek, The Night They Drove Old Dixie Down, The Unfaithful Servant, hanno fatto la storia del rock e hanno contraddistinto uno stile musicale particolarissimo, un rock’n’roll anticonformista, ma, allo stesso tempo, saldamente ancorato alle tradizioni del Sud degli States e alla mitologia della frontiera americana. Per gli amanti e gli appassionati di rock’n’roll The Band è un gruppo da scoprire e riscoprire in continuazione! Per avere un’idea di ciò che rappresentarono e di ciò che furono capaci di creare, consiglio a tutti di guardare The Last Waltz, il rock-documentario girato da Martin Scorsese nel 1976 quando il gruppo decise di sciogliersi e di ritirarsi dalle scene con un concerto in grande stile a San Francisco.
Buon ascolto!

Stevolaz

 

Low Country Blues (Gennaio 2011)


Spesso mi sono chiesto come sarebbero i dischi di Elvis se oggi fosse ancora in circolazione. Certamente la sua presenza sarebbe un rifugio sicuro per tutti gli amanti del rock e del blues, nonché per i nostalgici del country.
In tutta la sua carriera, il Re ha prodotto musica sempre nel segno della migliore tradizione americana. Guardava a quegli artisti che gli avevano fatto amare la musica quando era ragazzo, ne prendeva le canzoni, ci metteva qualcosa di diametralmente opposto, aggiungeva il suo tocco, rimescolava il tutto e produceva qualcosa di unico ed irripetibile… qualcosa di estremamente nuovo e particolare, ma così assolutamente classico e traditional da suonare come un comandamento musicale! Per questo motivo Sinatra, alla morte di Elvis, disse che lui era un semplice cantante, ma che Presley era “tradizione americana”!!!
A volte mi capita di ascoltare un disco di nuova produzione e trovarmi a pensare:”… questa roba è nello stile di Elvis e oggi lui concepirebbe così la sua musica.” Ho trovato uno di questi dischi… è l’ultima fatica di Gregg Allman e s’intitola Low Country Blues. Sono 12 tracce di pura musica americana. Per la quasi totalità sono cover di classici del blues riletti in chiave country/rock, con l’aggiunta di un pezzo scritto da Gregg in coppia, con il fidato Warren Haynes, che è legato a filo doppio con quel classicissimo degli Allman Brothers che è Midnight Rider.
Il produttore del disco è T-Bone Burnett e si sente. Il riverbero nella voce di Gregg è quello vintage che ricorda i dischi della Sun Records, mentre le scelte produttive che hanno riguardato il suond hanno apportato al lavoro le classiche ambientazioni del Delta del Mississippi. Un manipolo di ottimi musicisti, su cui spiccano le chitarre di Doyle Bramhall II, accompagnano la voce di Gregg in interpretazioni misurate e appassionate che trasudano musica americana ad ogni singola nota!
Questo sessantaquattrenne ha attraversato gli anni con una incredibile fedeltà al tipo di musica che lo ha elevato ad icona vivente del classic rock. Aveva nove anni quando andò con il fratello Duane a Nashville ad un concerto di BB King: i due fratelli, fulminati dal Blues Boy, giurarono a loro stessi che avrebbero fatto “qualcosa del genere”! Ebbene la Allman Brothers Band testimonia quanto siano stati fedeli al giuramento fatto… Duane è trasfigurato in una specie di figura mitologica idolatrata da chiunque suoni una chitarra elettrica, mentre Gregg è diventato una leggenda vivente del rock!
Dimenticate le fragili star di cartapesta che produce l’industria discografica odierna… le ferite nell’animo sono reali, la sofferenza che si sente nella sua voce c’è stata per davvero e il blues non è solo uno stile musicale, ma un vero e proprio compagno di vita. Tutto questo è Gregg Allman!
Lunga vita a Gregg allora e, insieme a lui, a tutti i “grandi vecchi” che continuano a tener viva la fiamma del classic rock! Finchè ci sarà buona musica, il mondo avrà un senso… almeno per me!
Buon ascolto,

Stevolaz

 

Cosa ne pensi, sei d'accordo con ciò che Ti scrive il nostro Big Boss Stevolaz? Se queste "pillole" Ti suscitano un qualsiasi sentimento o emozione (siano esse positive o avverse), non perdere l'occasione di scriverci e noi pubblicheremo ciò che avrai da dire!

 

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