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Luglio'10

ROBERT LEROY JOHNSON (Luglio 2010)

Una vita avvolta nella leggenda è uno dei primi elementi necessari a tratteggiare un eroe letterario. Servono poi un’infanzia turbolenta e travagliata, un avvenimento traumatico che provoca scelte decisive e, infine, la ricerca di un significato della propria esistenza nel tentativo di lasciare un segno indelebile. Di tutto questo può esser fatta la vita di un eroe di un libro, di un film o di una canzone. Ebbene il blues ha avuto un eroe di tal fatta: Robert Leroy Johnson!
Nemmeno è noto con esattezza il luogo e la data della sua nascita… si è certi dell’anno, il 1911.
Frutto di una relazione occasionale, visse dapprima con la madre, poi con entrambi i genitori per pochissimo tempo, per stabilirsi, di nuovo, solo con la madre a Robinsonville, sul delta del Mississippi. Si sposò giovane all’età di diciassette anni, ma la moglie morì l’anno successivo dando alla luce un figlio che rimase in vita per pochi istanti.
Rimasto solo al mondo e ucciso nell’anima dalla vita, decise di dedicare la sua esistenza alla musica. Il problema era che, pur essendo un grande appassionato di blues, non sapeva suonare nient’altro che non fosse un’armonica a bocca… sparì dalla circolazione per un anno… di lui non vi sono tracce negli archivi storici… è noto solo che cominciò a prendere lezioni di chitarra da un certo Ike Zinneman. Questo tizio era famoso perché andava in giro dicendo che aveva imparato a suonare il blues di notte, nei cimiteri. Era una storia che faceva paura, tanto che qualcuno credeva che sotto le spoglie di questo Zinneman si nascondesse Satana. Il fatto è che dopo pochissimo tempo Johnson ricomparve in pubblico e lo fece avendo acquisito una tecnica chitarristica eccellente. La sua abilità era tale che, ben presto, si diffuse la voce che il ragazzo avesse usato la magia nera per imparare così bene e che se Zinneman era Lucifero, allora Robert gli aveva venduto l’anima in cambio della musica!
Negli anni successivi Robert Johnson diventa un musicista vagabondo, suonando in tutta la zona del delta del Mississippi e diventando molto popolare nei bar e nelle feste di paese. Conduce una vita dissoluta, fatta di blues, di whiskey e donne, fino a quando, nel 1938, alla ancor giovane età di 27 anni, non viene ammazzato.
Ancora una volta un mistero ad avvolgere l’ultimo capitolo della sua vita… infatti non è ben chiaro se sia stato accoltellato da un marito geloso o avvelenato dalla sua stessa amante… il fatto è che morì giovanissimo, lasciando solo poche dozzine di canzoni registrate in un hotel di San Antonio, Texas, a testimonianza di una rivoluzionaria visione del blues che, di fatto, pose le fondamenta del rock moderno!
Una cosa è certa… il lato più oscuro nella musica blues l’ha introdotto lui. Nelle sue canzoni è ossessionato dalla presenza del demonio… lo cita e lo evoca spesso come nella famosissima “Me And The Devil Blues”: “Stamattina presto hai bussato alla mia porta e ho detto: Ciao Satana, credo sia ora di andare. Io e il diavolo camminavamo fianco a fianco”… altre volte prega affinchè Dio possa salvargli l’anima, come nella celeberrima “Crossroads”: “Sono andato al crocicchio, sono caduto in ginocchio e ho chiesto al Signore: Ti prego abbi pieta' e salva il povero Bob se puoi”… e poi “Stones In My Passway”, “Preachin’ Blues”, “Hellhound On My Trail” trattano ancora di questo sinistro rapporto.
Rivoluzionaria era anche la sua tecnica chitarristica… ascoltando le sue canzoni, che sono arrivate fortunosamente a noi, in quanto egli non aveva firmato alcun contratto discografico, si può godere di una straordinaria abilità, incredibile per quei tempi. Lo stesso Eric Clapton, grande studioso e discepolo di Johnson, ammette di non riuscire a capire come facesse a suonare in quel modo e che ancora oggi, lui stesso, non riesce a fare certe parti di chitarra così come le si può ascoltare da Johnson nelle registrazioni delle sue canzoni.
Tutti i grandi hanno rifatto le canzoni di Robert Johnson e, spesso, ho ascoltato qualcuno dei miei artisti preferiti eseguire una sua cover… “Milkcowbluesboogie” da Elvis, “Love In Vain” Dai Rolling Stones, “Sweet Home Chicago” dai Blues Brothers, “Dust My Broom” da Elmore James, “Crossroads” da Eric Clapton, “Stones In My Passway” da John Mellencamp, “Come On In My Kitchen” dalla Allman Brothers Band, “Stop Breakin’ Down” ancora dagli Stones… e poi Bob Dylan, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix… insomma tutti, prima o dopo, hanno reso omaggio a colui il quale ha riletto il blues e gli spirituals dei padri in chiave moderna e “maledetta”, tracciando la via che tutti coloro che suonano rock devono seguire.
Robert Johnson è cultura americana.
Una curiosità… si spense, come detto, nel 1938… il 16 agosto. La stessa data in cui, nel 1977, morì Elvis. Fate da soli le vostre considerazioni.
Ciao,

Stevolaz  

JIM CROCE (Giugno 2010)

Quando ero ragazzo mi piaceva un sacco passare il mio tempo libero nei negozi di dischi… passavo in rassegna, per ore, tutti gli lp in attesa che uno di essi mi “chiamasse” e mi dicesse di comprarlo e ogni tanto, quando mio padre mi dava qualche soldo da spendere, me ne tornavo a casa tutto felice perché avevo comprato un album che mi mancava di Elvis, dei Creedence, dei Rolling Stones o dei Beatles…
Poi gli anni passarono e gli artisti di rock classico più famosi erano, piano piano, entrati tutti a far parte della mia collezione, così dovetti, giocoforza, andare a scoprire qualcuno di meno noto. Mi aiutò il fatto che, nel frattempo, era arrivata l’era dei cd e la cosa venne accompagnata dalla decisione di tutte le case discografiche di ripubblicare in digitale i cataloghi degli artisti che appartenevano loro. Il gioco era fatto: adesso potevo scegliere tra un numero infinito di artisti e andare ad approfondire la conoscenza del genere musicale che avevo sempre amato.
Il criterio con cui sceglievo l’artista con cui fare conoscenza era molto semplice. Prima preferivo avvicinarmi a coloro di cui avevo letto o che avevo sentito nominare (faccio notare che stiamo parlando di un’epoca in cui internet ancora non esisteva, per cui ci si affidava a ciò che si leggeva sui libri o sulle riviste specializzate), in seconda battuta mi affidavo al mio istinto e ad un’impressione puramente visiva. Guardavo le copertine dei dischi o le foto degli artisti sul retro e se provavo simpatia per ciò che vedevo, allora avevo trovato che cosa comprare. Ecco! Proprio così avvenne il mio incontro con Jim Croce!
La prima volta che vidi un cd che raccoglieva una ventina dei suoi più grandi successi non lo comprai, ma rimasi colpito dalla foto in copertina: si vedeva questo tipo dalla faccia oggettivamente brutta, ma simpaticissima. Aveva dei baffoni da messicano e indossava una giacca di jeans; cantava in un microfono e imbracciava una chitarra acustica con una tracolla di pelle tutta spellata… era una collana economica che proponeva delle compilazioni di songwriters americani. Quel cd era il numero dedicato a Jim Croce. Non la comprai perché il nome di questo tizio, non l’avevo proprio mai sentito e avevo paura di buttare via i soldi… però quella dannata foto mi rimase impressa… l’aspetto di quel tipo m’incuriosiva e m’ispirava una genuina simpatia, così il giorno dopo tornai al negozio e comprai il cd: “The Best Of Jim Croce, 20 Of Finest Recordings”.
Il mio istinto non mi aveva tradito e conobbi uno dei più grandi e raffinati artisti che il panorama della musica americana abbia mai offerto. Fiammeggianti e ritmatissimi blues come “Bad Bad Leroy Brown”, “You Don’t Mess Around With Jim”, “Workin’ At The Car Wash Blues”, “Roller Derby Queen”, “Rapid Roy”… malinconiche ballate come “Operator”, “New York’s Not My Home”, “Time In A Bottle”, “I’ll Have To Say I Love You In A Song”… genuine country rock come “One Less Set Of Footsteps” o “Box #10”, mi fecero diventare un suo accanito fan ed estimatore.
Jim Croce fece molta gavetta prima di arrivare alla notorietà… suonò per anni in country bar del sud degli States e nei caffè del Greenvich Village a New York, mantenendosi, nel frattempo, con i più svariati lavori: dall’autista di camion, all’operaio, all’educatore di ragazzi con problemi di apprendimento. Questo tipo di formazione lo portò a fare la conoscenza con una svariata quantità di persone che andarono a comporre la galleria dei simpaticissimi personaggi di cui canta nelle sue canzoni, mentre la gavetta nei bar, “on the road”, lo portò ad avere un’idea musicale essenziale, fatta quasi esclusivamente di fraseggi tra chitarre acustiche che alternavano arpeggi a trascinanti ritmiche blues. Aveva una voce calda ed armoniosa che ispira tranquillità e simpatia… era sempre accompagnato dal suo grande amico e chitarrista solista, il “one man band” Maury Muehleisen, con il quale fece gli unici tre dischi di una carriera, e di una vita, che li vide morire troppo presto, precipitando al suolo a bordo dell’aereo sul quale erano saliti dopo un concerto in Lousiana. Jim aveva 30 anni e Maury 24. Se volete ascoltare musica suonata e cantata egregiamente ed avere un bell’assaggio della perfetta alchimia artistica che li univa, potete trovare qualche loro esibizione live su YouTube.
Purtroppo non abbiamo avuto la possibilità di godere dell’arte di Jim Croce a lungo… non sappiamo come avrebbe continuato a raccontarci storie di gangster o di personaggi da bar o come ci  avrebbe commosso con melodie che sarebbero andate a toccarci l’anima… ma possiamo continuare ad ascoltare la musica meravigliosa che ci ha lasciato, l’estratto di vita di un uomo che, senza dubbio, deve esser stato buono e simpatico. Lo capirete anche voi sentendolo cantare.
Ciao,

Stevolaz

 

Exile On Main St, 1972 (Maggio 2010)

Cosa si può scrivere che non sia mai stato scritto sui Rolling Stones… ASSOLUTAMENTE NULLA! E, se ci fosse anche qualcosa da scrivere, certamente, non sarei io la persona in grado di farlo. Però questo mese accade una cosa e, allora, due paroline le devo spendere.
Esce, infatti, in tutti i negozi di dischi, una versione “deluxe” di uno dei loro album più rappresentativi: Exile On Main Street. Inutile dire che questo è uno dei dischi più importanti nella storia del rock e, cosa più trascurabile, anche uno dei miei preferiti.
Era l’anno di grazia 1972 e gli Stones avevano deciso, già da diversi mesi, di scappare letteralmente dall’Inghilterra, braccati dal fisco di Sua Maestà che chiedeva loro più di quanto, i nostri, potevano effettivamente dargli. Si rifugiarono nel sud della Francia, più precisamente in una villa che Keith Richards aveva acquistato in Costa Azzurra, vicino a Nizza. Keith, in realtà, volle comprare quella casa affascinato più dalla storia della stessa che non dall’effettiva bellezza del luogo… infatti era stata, durante la Seconda Guerra Mondiale, una base della Gestapo, la terribile polizia militare nazista, e si diceva che nei sotterranei risuonassero ancora le urla dei fantasmi di coloro che vi erano stati prima torturati e poi uccisi!!!
Gli Stones decisero di concedersi una fuga artistica e portarono strumenti e amplificatori laddove, una volta, si trovavano le più efferate macchine di tortura del terzo reich… così, di giorno si dedicavano alla droga e alle ragazze, mentre la sera si chiudevano nelle segrete a suonare e a registrare, sfruttando l’acustica “da cantina” dei sotterranei della magione. Il risultato fu quest’album eccezionale che vede racchiusi in sé tutti gli elementi di cui il rock è fatto. Ci sono le fondamenta del blues classico, ma anche importanti atmosfere country, senza dimenticare la tradizione gospel… tutto rimescolato e trasformato secondo il tipico modo degli Stones e proposto in 18 canzoni che componevano l’album doppio originale. Ruvide chitarre acustiche che andavano ad intrecciarsi con riff di chitarre elettriche attorcigliati su loro stessi… il tutto appoggiato su solide ritmiche di batteria e basso e ammansito da fraseggi raffinati di pianoforte e tastiere!
La cosa che mi ha sempre maggiormente colpito di questo disco è che non contiene una vera e propria “hit”. Per intenderci… in Sticky Fingers c’era Brown Sugar… in Beggar’s Banquet c’era Sympathy For The Devil… insomma… in ogni disco c’è un pezzo portante, il pezzo leader! In Exile potrebbe essere Tumbling Dice, che, però, non è certo paragonabile alla forza di una Brown Sugar. La bellezza dell’album è nella sua completezza a livello musicale… Rocks Off, Sweet Virginia, Stop Breacking Down, All Down The Line, Loving Cup, Shine A Light, tutte le canzoni del disco sono una summa del pensiero musicale “rollingstoniano”… c’è il blues, il country, il folk, il boogie, il gospel, l’honky tonk… tutto quello che avevano ascoltato e che li aveva appassionati da ragazzini e che li aveva spinti a diventare musicisti… con quest’opera gli Stones espressero, una volta per tutte, la loro personalità! Exile è un album definitivo.
I Rolling non avrebbero più toccato queste vette. Pur facendo, negli anni a seguire, sempre ottimo rock’n’roll, con il raggiungimento, qua e là, di altitudini qualitative altissime, non riuscirono più a sfornare un disco così importante. Questa è, probabilmente, la loro opera più grandiosa perché erano nati per suonare quelle cose e in quel modo… fuori dalla logica del business e dalle mode (cose che negli anni a seguire li avrebbero quasi uccisi!!!), suonarono la musica che avevano nel cuore… lo fecero col sangue, con l’anima e con tutta la passione che qualsiasi individuo metterebbe nel fare la cosa che gli piace di più al mondo… con questo disco, gli Stones, diventarono definitivamente immortali.
Ciao,

Stevolaz

Ol’ Waylon (Aprile 2010)

Se mai è esistito uno spirito tipicamente rock nella musica country, senza dubbio questi è stato incarnato da Waylon Jennings! Una carriera, ed una vita, talmente turbolente che, se fosse stato una rock star, senza dubbio, sarebbe stato innalzato alla stessa gloria destinata a suoi colleghi ingiustamente più celebrati! Una cosa è certa: un posto nella leggenda, non glielo toglie nessuno!
Negli Stati Uniti, Waylon Jennings è notissimo e rispettato allo stesso livello di altre star del country come Johnny Cash o Willie Nelson. Invece, qui da noi in Italia, pochi sanno chi sia… fatta eccezione, naturalmente, per tutti coloro che, in una forma o nell’altra, si siano mai avvicinati al country.
Texano di nascita, fin da ragazzino, negli anni ’40, si appassionò alla musica e, già in giovanissima età, cominciò a fare il dj nelle radio locali nei dintorni di Littlefield, Texas, suo paese natio. Diventò amico in quel periodo di Buddy Holly che, quando decise di lanciarsi nel business musicale, lo volle nel suo gruppo in qualità di bassista. Il 3 Febbraio 1959, l’aereo che aveva a bordo Buddy Holly e Richie Valens precipitò uccidendo tutti i suoi passeggeri. Jennings avrebbe dovuto essere a bordo, ma non partì con gli altri perché aveva l’influenza. Per tutta la vita si sentì in parte responsabile dell’accaduto perché, scherzando prima della partenza, Holly gli disse “… spero che l’autobus che prenderai, sia gelido e scomodo!” e Waylon rispose ridendo “… e io spero che il vostro aeroplano si schianti al suolo!”
Con la morte nel cuore per la scomparsa dell’amico, stette lontano dalle scene per qualche anno cominciando a fare uso di alcol e droghe. Si trasferì in Arizona dove acquistò notorietà facendo il session man come chitarrista nel panorama della musica country e cominciando ad incidere qualcosa anche per conto suo. Nel 1965 venne scritturato dalla RCA e si trasferì a Nashville, Tennessee, la capitale mondiale della country music. I suoi dischi avevano un discreto successo, ma Waylon soffriva le rigide catene che le etichette discografiche imponevano agli artisti di “genere” come lui. Secondo i produttori, il country aveva regole ben precise e i musicisti dovevano attenervisi rigidamente. Jennings non sopportava questa imposizione. Perché i musicisti rock potevano godere di totale libertà creativa e quelli country no? L’incontro con Willie Nelson pose fine a questa situazione. I due divennero grandi amici e decisero che questo stato di cose doveva avere fine. Willie lasciò la RCA per passare all’Atlantic, che gli garantì la libertà richiesta. In questo modo la RCA, pur di non perdere un altro artista di punta della sua scuderia, decise di rinegoziare il contratto di Waylon… e lo fece alle condizioni di Jennings.
Tra il 1973 e il 1978 gli album più belli di Waylon Jennings vedono la nascita: Honky Tonk Heroes, Lonesome On’ry and Mean, This Time, Dreaming My Dreams, Ol’ Waylon… e poi, gli anni a seguire, le collaborazioni con Willie Nelson: gli album The Outlaws e Waylon And Willie.
Gli anni ’80 e i ’90 lo videro lottare contro l’epatite, il diabete  e la dipendenza dalla cocaina, ma continuò a far musica fino alla morte, avvenuta nel 2002.
La musica di Waylon Jennings è country del più selvaggio! Gli piaceva farsi chiamare “fuorilegge” perché per primo si era ribellato ai rigidi schemi dei potenti produttori e aveva vinto! Aveva ottenuto la libertà di tradurre la sua personalità in musica. Il suo country era fiero e potente. Orgoglioso di essere discendente della stirpe di Hank Williams e di Bob Willis, ma anche curioso di cercare nuove strade che tenessero presente le nuove sonorità che la tecnica moderna permetteva di esplorare… ambizioso nel cercare gemellaggi e contaminazioni con il blues… attento alle nuove generazioni rock… fedele alle sue radici folk. Canzoni come Honky Tonk Heroes o Slow Rolling Low o Lonesome On’ry and Mean sono animate da un selvaggio spirito rock, Mama Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys o Luckembach Texas hanno lo spirito country più vero… la sua voce calda e profonda, che in USA prestava al serial televisivo Hazzard in veste di narratore, era intrisa di whisky e sentimento e trasmetteva la sicurezza del forte oltre che la rabbia del ribelle!
A mio avviso una delle opere più belle di Waylon Jennings è un concept album del 1978 intitolato White Mansions. Il disco fu un suo progetto e vi parteciparono, oltre a lui, la moglie Jessi Colter, Eric Clapton, Steve Cash e John Dillon. Una rilettura in chiave moderna di canzoni della Guerra Civile americana. Un disco strepitoso! Il pezzo finale, intitolato Dixie Now You’re Done, è un Waylon Jennigs da brividi! Se avrete la fortuna di trovare questo disco, ascoltatelo e gustatelo a tutto volume.
Ciao

Stevolaz

Ain’t no grave (Marzo 2010)

Se nel 1993 avessi chiesto ad un mio coetaneo, che all’epoca aveva 20 anni (sigh!), se sapeva chi fosse Johnny Cash, la risposta sarebbe stata sicuramente: NO!
La stella di Johnny, in quel periodo e da molto tempo, in verità, era assolutamente decaduta. Gli ’80, con il trionfo dei sintetizzatori nella musica pop e dell’heavy metal nella musica rock, furono anni infausti per i frequentatori della musica acusticheggiante o con sonorità molto classiche. Gli artisti che si rifacevano alle tradizioni folk erano stati messi al bando dall’industria e solo Springsteen e pochi altri, tra gli esponenti del rock classico, riuscirono a rimanere a galla, dovendo, però, talvolta, concedere qualcosa allo stile “sonoro” caratterizzante dell’epoca.
I grandi “vecchi”, incapaci di adattarsi ad un sound che non potevano capire fino in fondo per palesi motivazioni generazionali, furono i più penalizzati da questi cambiamenti del gusto musicale e vennero tagliati fuori dal business. Ecco perché nel 1993 ero uno dei pochi ragazzi della mia età a conoscere la musica di Johnny Cash.
Però, per ironia della sorte, è proprio grazie ad uno dei più originali giovani produttori musicali degli anni ’80, se oggi “L’uomo In Nero” è riconosciuto universalmente come uno dei più grandi della musica rock e non soltanto come un grande del country. Infatti questo sarebbe stato il ricordo che Cash avrebbe lasciato dopo la sua morte, se negli ultimi 10 anni della sua vita non avesse collaborato con Rick Rubin e la sua “American Recordings”.
Era, infatti, il 1994 quando il primo disco della serie “American” uscì… ne sarebbero seguiti, in seguito, altri 5, più un live acustico con Willie Nelson, una raccolta di gospel e un cofanetto di 4 cd che racchiude tutto ciò che era stato eliminato dalle monografie ufficiali.
Rick Rubin era allora un produttore con all’attivo grandi successi con gruppi rap e hip hop come i Beasty Boys o i Run Dmc… si era avvicinato al rock nelle sue forme più estreme producendo due dischi di un noto gruppo metal quali erano gli Slayer, per poi produrre anche i più “classici” Black Crowes… infine aveva diversificato la sua attività tra produzioni più indipendenti, con i Jesus And The Mary Chain, e più commerciali, raggiungendo la vetta con i Red Hot Chili Peppers. Insomma… niente che potesse far sospettare che avesse interesse ad avvicinarsi ad un tipo di musica che sembrava lontana anni luce da quella che aveva prodotto fino ad allora. Non bisogna però dimenticare una cosa: TUTTI I GRANDI NOMI DELLA MUSICA MODERNA SANNO BENISSIMO CHE LE REGOLE LE HANNO FATTE I PIONIERI E CHE CHI LI HA SEGUITI HA SEMPLICEMENTE IMPARATO QUELLO CHE LORO HANNO INVENTATO. Quindi venne facile a Rubin intuire che se avesse introdotto un grande vecchio ad uno stile sempre classico, ma assolutamente moderno, avrebbe avuto un risultato eccezionale. Così, un bel giorno, invitò il grande e dimenticato Cash a confrontarsi con brani sia della grande tradizione americana sia di produzione più recente, oltre che alla rilettura di alcuni dei suoi pezzi più vecchi e dimenticati. Ne risultarono gli album eccezionali pubblicati, da allora, sotto la dicitura “The American Recordings”.
Cash, nei vari album, rilesse a suo modo e con un’intensità davvero notevole grandissime canzoni come “Desperado” degli Eagles, “Heart of Gold” di Neil Young, “I Won’t Back Down” di Tom Petty, “Solitary Man” di Neil Diamond, “Bridge Over Troubled Water” di Paul Simon, “Further On Up The Road” di Bruce Springsteen, “For The Good Times” di Kriss Kristofferson, “In My Life” dei Beatles, “I Hung My Head” di Sting… rilesse pezzi della grande tradizione folk americana come “I’m So Lonesome I Could Cry”, “Danny Boy”, “Wayfaring Stranger”, “Spiritual”, “Memories Are Made Of This”… reinterpretò suoi vecchi successi come “The Man Comes Around”, “Mean Eyed Cat”, “I’ve Been Everywhere”, “Like The 309”, “Delia’s Gone”… si avvicinò a composizioni di autori meno classici, rendendole, a mio parere, immortali: “One” degli U2, “Hurt” dei Nine Inch Nails, “Personal Jesus” dei Depeche Mode, “Rowboat” di Beck, “Rusty Cage” dei Soundgarden…
Tutte queste sono interpretazioni capolavoro che hanno regalato al mondo la seconda vita artistica di uno dei più grandi che ci siano mai stati, un precursore della strada seguita poi da Bob Dylan, da Neil Young e da Bruce Springsteen e che dopo aver scritto, cantato e suonato decine di capolavori immortali, rischiava di essere lasciato da parte, avendo però da dare ancora moltissimo!
L’ultimo disco della serie è appena uscito e come gli altri è bellissimo. S’intitola “Ain’t No Grave” prendendo il nome dal singolo che l’accompagna e che è, pare, l’ultima composizione originale di Johnny Cash.
Procuratevi tutta la serie di questi “American Recordings” perché questa è proprio bella musica fatta bene!
Ciao

Stevolaz

Ups & Downs (Febbraio 2010)

Avete mai visto “Blow Out”? È uno dei film più belli di Brian DePalma datato 1981. Oggi è considerato un film di culto, una pellicola che gli amanti e gli appassionati di cinema dovrebbero conoscere per forza, ma all’epoca della sua uscita nelle sale, fu un fiasco clamoroso. A me è sempre piaciuto.
Stiamo parlando di un thriller classico, dalle atmosfere hitchcockiane, con tutti gli ingredienti del caso: sesso, intrigo politico, un maniaco omicida, una bella ragazza da difendere e un eroe suo malgrado. Ero troppo piccolo per andare a vedere al cinema un film del genere nel 1981, ma quando, pochi anni dopo, lo passarono in televisione, lo guardai e ne rimasi affascinato. Non è una cosa tanto banale il fatto che guardai quel film e che mi piacque fin da subito… infatti, come ho detto, all’epoca era considerato un DePalma “minore” e, oltretutto, interpretato da un protagonista la cui stella stava prematuramente decadendo: John Travolta. Poi, all’inizio degli anni ‘90, un giovane cineasta con all’attivo un solo (ma molto apprezzato) film da regista, un paio di sceneggiature rappresentate da altri e due o tre miliardi d’idee in testa, di nome Quentin Tarantino, disse che “Blow Out” era uno dei film migliori degli ultimi trent’anni e che il suo protagonista era uno degli attori più bravi che Hollywood avesse mai avuto… poco tempo dopo, i due, l’uno come sceneggiatore/regista e l’altro come interprete principale,  sfornarono uno dei film capolavoro della storia del cinema: “Pulp Fiction”.
Da allora “Blow Out” è considerato una pellicola di culto, un capolavoro da guardare e riguardare, nonché una delle migliori interpretazioni di John Travolta. Questa non è altro che la verità. La mia osservazione è, però, questa: lo era anche prima che Tarantino esprimesse il suo pensiero. Sarò ancora più chiaro… prima il film era considerato una merda, adesso, dopo che un genio ha detto che è uno dei suoi preferiti, è diventato un capolavoro! Eppure il film è sempre stato lo stesso! Immutato ed immutevole! Il fatto è che quel film è sempre stato bello, ma la gente non se ne accorgeva… fino a quando qualcuno gliel’ha fatto notare. Anche all’attore John Travolta è successa la stessa cosa e, prima o poi, qualcuno ricorderà nuovamente al mondo che grande attore sia.
La sua troppo altalenante carriera non permette alla gente di considerarlo per quello che è in realtà: un grandissimo interprete. Le carte in regola per una carriera ineccepibile c’erano tutte all’inizio: era giovane, bello, e acclamato da pubblico e critica… due golden globe vinti e una candidatura all’oscar per i suoi primi due film da protagonista. Tutto faceva presagire, per un ragazzo di soli 24 anni nel 1978, una carriera sfavillante! Poi l’oblio. Scelte sbagliate, una cattiva amministrazione del successo e anche un pizzico di sfortuna, lo spinsero nel dimenticatoio e, dopo i successi degli anni ’70, in cui veniva acclamato come l’erede di star come Brando o Dean (paragoni anche troppo esagerati, per sua stessa ammissione!), a solo poco più di 30 anni, veniva considerato una star del passato. Nella seconda metà degli anni ’80, pochi si ricordavano di John Travolta. In seguito, una commedia con una trovata intelligente, intitolata “Senti Chi Parla”, gli ridiede popolarità verso il pubblico, e, dopo, “Pulp Fiction” gli valse anche il credito tra la critica e i più appassionati. Gli anni a seguire, e fino ai giorni nostri, lo videro protagonista di molte pellicole… una manciata di film molto belli, qualcuno senza infamia e senza lode, ma anche tanti (comunque troppi) brutti.
Quella di John Travolta può esser definita una carriera di picchi… sia verso l’alto che verso il basso! Il fatto è che i suoi film brutti sono veramente orrendi… è proprio singolare che un uomo dotato di così grande talento, più volte dimostrato con prove d’attore veramente raffinate (guardatelo recitare in lingua originale please!!! I doppiatori lo massacrano!), troppo spesso cada in scelte artisticamente scellerate, e in una quantità che nessun’altra star di Hollywood, che sia arrivato ai suoi livelli, abbia mai potuto vantare. Film come “Battaglia Per La Terra”, “The Punisher”, “Senti Chi Parla 2” e “3”, “Gli Esperti Americani”, “Attimo Per Attimo” sono veramente brutti e pare che non prometta nulla di buono nemmeno la nuovissima commedia “Old Dogs” (in uscita a Pasqua in Italia, con l’abberrante titolo “Daddy Sitter”). Insomma, troppe scelte sbagliate ti fanno poi passare per quello che non sei e, anche se sei bravissimo, il fatto di prestare la tua arte per lavori brutti, sminuisce il tuo valore. Il risultato è che John Travolta, a torto, è considerato, dai più, uno dei tanti attori fasulli che Hollywood ha sfornato. Ma una cosa prova il contrario: se così fosse, sarebbe bastato uno solo dei film orrendi citati prima a stroncargli la carriera e a destinarlo ad una lussuosissima pensione anticipata in qualche serie televisiva… invece, il nostro, continua a rimanere sulla breccia e a dispetto dei detrattori, a recitare in grosse produzioni e, talvolta, con grandi registi che lo richiedono.
Steven Spielberg lo voleva per dar vita a Indiana Jones, George Lucas per interpretare Luke Skywalker in “Guerre Stellari”… “Ufficiale E Gentiluomo”, “American Gigolò” e “Chicago” furono proposti a Richard Gere solo dopo il suo rifiuto… Terence Malik lo voleva per “I Giorni Del Cielo”, Scorsese per “Quei Bravi Ragazzi”, Coppola per “Il Padrino Parte III”. Questi sono tutti i registi più importanti del nostro tempo e ciascuno di loro avrebbe voluto lavorare con John Travolta. Mal consigliato dai primi agenti che alzarono il suo prezzo di listino esageratamente, una certa incapacità nel valutare alcune sceneggiature propostegli e, infine, la fama di “fallito” che si portò appresso per più di dieci anni e che scoraggiava le produzioni ad investire su di lui, non permisero questi sodalizi… ma osservo una cosa: questi grandi autori, volendo lavorare insieme a lui, vedevano il suo talento! La loro prima scelta era John Travolta!
C’è, poi, l’altra faccia della medaglia: poche star di Hollywood possono annoverare tra le loro interpretazioni una così numerosa quantità di film cult, una galleria di caratteri così varia e possono vantarsi di aver creato due o tre personaggi che sono diventati vere e proprie icone. “La Febbre Del Sabato Sera” fu molto più di un film, fu lo specchio di una rivoluzione culturale in atto… la società cambiava e i giovani con essa: dopo l’impegno politico del finire degli anni ’60, c’era la voglia di tornare a divertirsi del finire degli anni ’70 e John Travolta ne divenne il rappresentante, così come Marlon Brando era stato la trasfigurazione cinematografica dei giovani ribelli senza causa negli Anni ’50 (… non a caso lo stesso Brando indicò Travolta come il giovane attore nel quale maggiormente si rivedeva da giovane!!!). L’anno dopo, con “Grease”, si continuava questo gemellaggio tra la gioventù dei ’70 e quella dei ’50 e lo si faceva rispolverando un genere dato per morto: il musical classico… Travolta fu bravissimo a mostrare quella tenerezza e fragilità che la giacca di pelle e gli atteggiamenti da duro, ancora una volta, alla Marlon Brando, nascondevano a fatica. Una vita più tardi “Pulp Fiction”: non si era mai visto, prima di allora, un gangster più stralunato e sballato del suo. Il suo è un personaggio feroce e sanguinario, capace di fare le cose più violente… ma il taglio della sua interpretazione, così leggera e tranquilla, conferisce al suo Vincent una simpatia tale da perdonargli il fatto di essere un drogato e un assassino. Questi sono 3 personaggi diventati icone di cultura pop. Non è da tutti.
Periodicamente non disdegna di tradire i blockbuster delle grandi produzioni a favore di film a piccolissimo budget come il bellissimo “Una Canzone Per Bobby Long”, il “cassavetessiano” “She’s So Lovely” o il doloroso “Lonely Hearts”
Tanti sono stati i grandi autori che si è lasciato sfuggire, ma altrettanti sono quelli con cui ha lavorato. Il già citato Quentin Tarantino in “Pulp Fiction”, Brian DePalma in “Carrie” e “Blow Out”, Robert Altman in “The Dumb Waiter”, John Woo in “Broken Arrow” e “Face Off”, Mike Nichols in “I Colori Della Vittoria”, Costa Gavras in “Mad City”, Terence Mallik in “La Sottile Linea Rossa”.
Come detto prima, la varietà dei caratteri rappresentati è molto insolita per una star di Hollywood che, per ragioni di facile riconoscibilità presso il pubblico,  dovrebbe tendere ad interpretare sempre lo stesso “tipo”. È così per tutti, ma non per lui che, di volta in volta, ha ritratto il giovane scontroso e arrogante dei sobborghi di Brooklyn, il bullo anni ‘50 alla “Fonzie” che canta come Elvis, il texano della “working class”, il giornalista arrivista, il buon padre di famiglia, il gangster disincantato, l’agricoltore buono e pacifico, il terrorista senza scrupoli, l’operaio disperato, lo strozzino di mafia, l’investigatore disilluso, il marito abbandonato, il vecchio ubriacone, il politico consumato e scaltro… persino un alieno cattivissimo, una mamma obesa e addirittura un angelo. Attendo con ansia di vederlo nei panni di un agente segreto sopra le righe, in missione a Parigi, nella pellicola, che uscirà da noi a Settembre, intitolata “From Paris With Love”.
Quello che più dovrebbe esser apprezzato di Travolta è che le sue scelte sono sempre coraggiose e, direi anche, pericolose: la galleria dei suoi personaggi è genuinamente variopinta… come detto, non si è mai accomodato in un personaggio “tipo”, tratteggiandone il carattere film dopo film, come scelgono di fare quasi tutte le grandi star… ogni volta c’è un cambio di direzione che spesso è brusco e sconsiderato, ma mai scontato. Poco importa che Travolta sia più o meno intelligente o che questa politica sia più o meno consapevole. La cosa importante è che, come tutte le cose non banali, è una politica molto coraggiosa… magari non sicura, ma, di certo, divertente. Come il rock’n’roll!
Ciao,

Stevolaz

Long Life to The King (Gennaio 2010)


Ben ritrovati in questo nuovo anno!
Non si poteva cominciare in un modo migliore, ovvero festeggiando i 75 anni di Elvis. Si perché… per dirla come Bruce Springsteen… “ci sono stati molti pretendenti, molti ragazzi in gamba… ma c’è stato un solo Re!”. Questa è la verità sacrosanta. Elvis è il solo re del rock’n’roll! Chi frequenta questo genere musicale e non riconosce questo dato di fatto, è come un uomo senza occhi.
Se volessimo tracciare una mappa, potremmo definire Dixieland quella terra che, dalla costa atlantica degli Stati Uniti, tra Carolina e Florida, si estende fino al Mississippi e alla Louisiana. In quest’area, che comprende, oltre agli stati che ho citato, il Tennessee, l’Alabama, il Kentucky e la Georgia, è nata tutta la musica da cui il rock deriva… per cui si può legittimamente affermare che quella sia la culla del rock!
La musica è la protagonista assoluta di questa meravigliosa regione. Il fiume Mississippi ne è il re incontrastato. Gigante e potente, intorno a lui si alzano distese di querce e di magnolie, paludi popolate da alligatori e sorvolate da rapaci d’ogni sorta, un cielo immenso e che pare non abbia mai fine e, se si arriva al mare, spiagge talmente bianche e candide che paiono distese di neve!
Su tutto questo regna il rock’n’roll in tutte le sue forme… siano esse in chiave blues o country, spiritual o bluegrass, il rock’n’roll è quanto di più storicamente importante questa regione abbia prodotto ed è valorizzato in ogni angolo che sia possibile visitare. Con esso il suo primo ministro Elvis Presley.
Elvis è figlio naturale di quest’area d’America. Nato nel Mississippi e vissuto in Tennessee, era di bassissima estrazione sociale. In quanto bianco, era frequentatore della tradizione musicale religiosa cristiana e di quella folk delle fiere di paese o degli spettacoli radiofonici come il “Louisiana Hayride” o il “Grand Ole Opry”… in quanto poverissimo, viveva in una zona ai confini con il quartiere della gente di colore e, per questo, aveva contatto diretto con la cultura nera e con la sua espressione musicale. Questo miscuglio di tradizioni si amalgamarono benissimo nella personalità di questo figlio del sud… così Elvis divenne personificazione di quello che l’America stava diventando: una società multirazziale in cui convivevano culture e stili di vita profondamente differenti. Anche per questo gli americani l’hanno sempre amato e continuano ad amarlo… perché Elvis può esser visto come lo specchio degli Stati Uniti stessi.
Elvis non è stato il primo a suonare questo genere, tantomeno si può dire che l’abbia inventato lui… non lo ha frequentato nemmeno esclusivamente, anzi ha cantato di tutto… sicuramente è stato uno dei più bravi nel suonarlo, proporlo ed interpretarlo, ma non si può dire che sia stato il miglior musicista che si sia mai ascoltato… aveva un grandissimo gusto ed è difficile trovare qualcosa di sgradevole nelle canzoni di Elvis. La sua classe gli permetteva di fare qualsiasi cosa, anche la più oltraggiosa, senza sembrare mai volgare. Infine aveva un elemento in più, un ingrediente segreto, un talento speciale, un tocco in più… insomma, un “qualcosa” che lo rendeva unico, sia rispetto ai suoi contemporanei sia rispetto agli artisti del nostro tempo.
In Elvis si possono trovare una varietà di stili e sfumature musicali che non si riscontra in nessun altro musicista rock… non solo blues e country nei loro significati più veri, ma  anche atmosfere latine e, talvolta, persino orientaleggianti… tutto questo senza che egli stesso ne fosse totalmente consapevole. Era una forza della natura. Il suo talento eccezionale gli permetteva di far ricorso ad un’innumerevole qualità di risorse che rendevano la sua musica particolarissima e, al contempo, facilmente accessibile da tutti. Una dote, questa, unica al mondo!
La musica di Elvis ha ancora oggi, a più di 30 anni dalla sua scomparsa,  dei dati di vendita incredibili… le riedizioni dei suoi dischi, commercialmente parlando, competono con quelli degli artisti di oggi, nonostante il suo ultimo lavoro sia del 1977… ma non è questo il dato che stupisce. Il dato stupefacente è che Elvis è diventato popolarissimo in tutto il mondo, un idolo per i suoi contemporanei e una leggenda per le generazioni seguenti, senza la tv via satellite, senza computer e senza internet, senza il mondo altamente tecnologico ed interattivo così come noi oggi lo conosciamo. Ha preso una chitarra e, facendo ricorso al suo talento e al suo bellissimo gusto musicale, ha cantato un po’ di rock’n’roll.
Felice 75° compleanno e… long life to the King!
Ciao,

Stevolaz

 

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